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Il Piano Pastorale Parrocchiale 2017/2018

Lettera alla Comunità (.pdf)

Amico, come mai sei senza l’abito nuziale?

(Matteo 16,23)

 

Carissimi fratelli e sorelle,

ancora una volta in questo 15 settembre ci ritroviamo a fare Eucaristia per il sacerdozio ministeriale donatomi e per iniziare insieme il nuovo anno pastorale nella nostra comunità parrocchiale.

1. A distanza di 44 anni dalla mia ordinazione presbiterale posso ancora dire di essere felice di questa grazia che, attraverso la Chiesa, il Padre celeste mi ha donato, senza mio merito. Penso di poterlo dire con consapevole coscienza: mi sento umanamente e spiritualmente rivestito di questa gioiosa misericordia usatami dal Signore, che mi ha posto in mezzo ai voi a servizio del Vangelo come Cristo pastore.

Ciò mi è motivo di gioia; gioia che desidero testimoniare perché anche ognuno di voi possa riceverla nella grazia di Dio che sperimenta e lo fa consapevole di essere amato da Dio.

Servire Dio è fonte di realizzazione e di felicità, è per noi il senso della vita e l’espressione concreta dell’accoglienza della buona notizia, del dono di Dio da condividere nella letizia della Pasqua. La vocazione cristiana è vocazione a servire l’uomo e il vangelo nella gioia; il servizio infatti è la forma stessa della vita cristiana, come lo è stato la vita del Signore Gesù, venuto a servire e non a farsi servire.

Nella Chiesa ci sono varie forme di servizio ma tutte relative a significare e rappresentare, cioè a rendere presente, l’amore di Dio; entrare in questa logica non è sempre facile né spontaneo, ma questa è la sola strada della gioia evangelica.

2. Per dare anche quest’anno al nostro cammino pastorale un punto di riferimento biblico, una prospettiva che possa servire da incoraggiamento e stimolo alla nostra azione pastorale, alla preghiera e alla riflessione, ho pensato di riproporre il testo di Matteo che narra la parabola del grande banchetto per le nozze regali.

Il tema del matrimonio e delle sue sfaccettature nel vissuto ecclesiale attuale è un tema molto vivo; gli stessi orientamento della nostra chiesa locale in questo anno saranno orientati a dare corpo alle indicazioni dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco.

Accogliamo con responsabilità queste indicazioni, sapendo che sulla pastorale familiare non ci si scommette mai abbastanza.

3. Un re, racconta Matteo, imbandisce un grande banchetto per le nozze del figlio. Il re-Dio manda il figlio-Gesù nel mondo per trovare la sua sposa-l’umanità. Siamo di fronte alla realizzazione del progetto, del sogno di Dio già annunciato più volte dai profeti nell’Antico Testamento (cfr. Os 2,16-25; Is 54,5, ecc.): Dio celebrerà le nozze con l’umanità attraverso un’alleanza definitiva, eterna.

Oramai Gesù è in procinto di compiere queste nozze; lui è lo Sposo atteso (cfr. Mt 9,15).

Alla festa sono invitati i notabili del paese ma essi rifiutano; per due volte, insiste il racconto, il re manda i servi a chiamare gli invitati: “Tutto è pronto, venite”. Come risposta si ha un duplice rifiuto, aggravato da un disinteresse totale per il banchetto e da un implicito disprezzo al re.

Tutti sono invitati gratuitamente, non devono meritarlo né devono pagare per poter entrare nella stanza della festa. Eppure di fronte a tale invito, in cui si manifesta la gratuità del re che fa a tutti questa offerta, gli invitati restano indifferenti, non aderiscono, rifiutano di partecipare; si arriva anche a malmenare e uccidere i servi.

La conseguenza è un intervento duro del re che uccide gli assassini e distrugge la loro città.


4. La parabola di Matteo continua con un secondo quadretto (vv. 8-13). Il re non si lascia vincere dal rifiuto, ordina ai servi di invitare al banchetto chiunque incontrano sulla strada, “cattivi e buoni”; così la sala si riempie. A questo punto nel racconto si verifica un colpo di scena: un invitato che non porta l’abito di nozze è clamorosamente escluso dal banchetto.

Questa seconda parabola è unita alla prima da Matteo per manifestare una preoccupazione ecclesiale: i chiamati ricevono gratuitamente e senza condizione l’invito a partecipare al banchetto di nozze (la salvezza), ma non si può partecipare al banchetto senza l’abito di nozze, la loro vita cioè deve corrispondere al dono ricevuto.

Bisogna dire di sì a Dio credendo in Gesù coi fatti e non solo a parole, nella pratica di ogni giorno e non soltanto in teoria, producendo frutto e non unicamente fiori.

Il punto decisivo di entrambi i quadretti della parabola sta nell’accoglienza o meno dell’invito ostinato del re, che, contro ogni logica previsione, trova rifiuto, disinteresse e disprezzo; anche chi non ha l’abito di festa in fondo rifiuta di condividere la gioia del re che nel banchetto vuole esprimere con lui una relazione di amicizia e di salvezza.


5. L’evangelista ha voluto sintetizzare in pochi tratti la storia della salvezza e il suo apparente fallimento: Dio (il re) per mezzo dei profeti (i suoi servi) ha sollecitato il popolo di Israele (gli invitati) a prendere parte alla sua alleanza (il banchetto), ma non ha ottenuto che una sorda ostilità. Ha riprovato con altri profeti, non ottenendo miglioramento, anzi, vedendo la situazione peggiorare sempre di più. Ma il rifiuto umano non blocca il piano di Dio; nuove persone prenderanno parte al banchetto: estranei che vengono da tutte le parti, gente raccogliticcia. trovata ai crocicchi delle strade, là dove indugiano coloro che non contano, coloro che attendono di essere ingaggiati, addirittura cattivi e buoni, per indicare che l’invito non intende premiare nessuno ed è proposto come puro dono. L’invito dunque raggiunge tutti indistintamente, senza preferenze e senza esclusioni.

L’aggiunta nel racconto di Matteo dell’abito nuziale - parabola entro la parabola - intende stroncare la leggerezza che può introdursi nella comunità cristiana; la chiamata di Dio in Cristo è senz’altro dono e non conosce frontiere e limitazione alcuna, ma al dono di Dio bisogna rispondere con una vita corrispondente.


6. La veste nel mondo biblico è molto di più di un elemento ornamentale; è segno e prolungamento della dignità della persona nel suo valore fisico e morale. Già il profeta Isaia aveva parlato di veste di salvezza: “Io gioisco pienamente nel Signore ... perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia” (Is 61,10); ne fa eco la simbologia dell’Apocalisse dove la veste bianca segna l’appartenenza a Cristo grazie ad una vita integerrima (cf Ap 3,4). L’apostolo Paolo molto chiaramente afferma che i battezzati si sono rivestiti di Cristo (Gal 3,27).

Gli invitati, ancorché poveri, storpi e ciechi, per accedere alla mensa devono rivestire l’abito nuziale; per entrare alle nozze, infatti, occorre spogliarsi dell’uomo vecchio e rinnovarsi, pensare in modo nuovo, rivestirsi di sentimenti di misericordia, di mansuetudine, di pazienza.

Tale cambiamento d’abito, cioè di mentalità, va oltre il comportamento dell’uomo, tocca la sua essenza; l’uomo è nuovo non solo in senso etico ma prima di tutto per quel che riguarda il suo essere. Non fà cose nuove, è lui stesso una realtà nuova.

Essere rivestito di quest’abito è dunque simbolo dell’appartenenza alla comunità dei redenti, è frutto della trasformazione che sola la grazia di Dio può fare. Nell’Apocalisse quest’abito escatologico viene raffigurato dalla veste bianca che i salvati indossano, resa tale perchè lavata nel sangue dell’Agnello. È la veste che rivestiamo nel battesimo e che lungo la nostra vita, con la fatica della fedeltà, siamo chiamati a mantenere bianca-luminosa accostandoci sempre alla luce di Cristo.


7. C’è un paradosso in questa, come in altre parabole di Gesù: la gente pia, i benpensanti, le guide hanno fatto resistenza nei confronti della buona notizia del Regno annunziata da Gesù e non l’hanno accolta; così il Maestro “stanco della sonnolenza dei suoi” (Mounier) rivolge l’invito ai “peccatori, ai

lontani, agli stranieri, ai pagani”.

Ma per accogliere in verità l’invito serve indossare la veste nuziale, dono dello Spirito, di cui tutta la comunità radunata da Cristo deve lasciarsi rivestire per poter partecipare alle nozze con l’Agnello.


8. La cena cui i profeti invitano, di cui gli apostoli annunciano l’avvenuta preparazione, che gli invitati disdegnano e alla quale accorrono i non invitati, e per la cui partecipazione è richiesto l’abito nuziale, è la cena del tempo di salvezza. Così pure la visita del re ai suoi ospiti (v. 11) è il giudizio finale. L’interpretazione allegorica di Matteo ha trasformato la nostra parabola in uno schizzo della storia della salvezza, dall’entrata in scena dei profeti dell’AT, passando attraverso la rovina di Gerusalemme, fino al giudizio finale.

Questo quadro sintetico, non intende solo motivare il passaggio della missione ai pagani; in Matteo la parabola acquista una connotazione ecclesiale, riguarda quanti sono entrati nella sala della cena di nozze e costituiscono quindi la “comunità cristiana”.

Matteo ribadisce spesso l’idea che la comunità cristiana è composta “di buoni e di cattivi” (cfr. la parabola della zizzania, soprattutto la spiegazione che ne dà Gesù stesso (13,24-43), come pure contrappone spesso il saggio allo stolto (cfr. Mt 7,24-27; 25,1-13).

L’invito di buoni e cattivi poteva far credere che la risposta degli invitati alla festa non avesse importanza; applicando la parabola alla comunità cristiana, Matteo vuol dirci che non basta la chiamata, che nel battesimo segna l’appartenenza alla Chiesa, per essere sicuri della salvezza eterna, ma è necessaria la veste nuziale. Cioè, se dopo il rifiuto dei primi invitati vengono chiamati buoni e cattivi, s’impone necessariamente da parte loro un impegno: devono indossare abiti di giustizia, la loro vita deve corrispondere all’invito che hanno ricevuto, il Cristo che hanno rivestito col battesimo deve far abbandonare l’uomo vecchio per risorgere ad una esistenza nuova, a vivere con cuore rinnovato, a modellare pensieri ed opere a quelle del Signore Gesù, altrimenti saranno esclusi dal Regno al quale sono stati invitati.


9. Qual è per noi, oggi, questo vestito nuziale? “Quanti siete stati battezzati in Cristo - specificherà San Paolo - vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Entrando nella sala del banchetto di nozze, vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine del suo Creatore (cf Col 3,9ss). “Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza... E al di sopra di tutto vi sia poi la carità che è il vincolo della Perfezione”.

È questa la veste nuziale di cui dobbiamo lasciarci rivestire con l’aiuto della grazia - perché è pur sempre dono dello Spirito, quella “veste di puro lino splendente che adorna la sposa pronta per le nozze con l’Agnello”. E l’Angelo dirà: “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!” (Ap 19,7-9).

Siamo dunque degli invitati, il nostro statuto d’essere è proprio quello di accogliere l’invito del Padre, di domandarci sempre se accogliamo con gioia l’invito di Dio a partecipare al banchetto del suo Regno. Siamo invitati riuniti nel nome dello Sposo nel banchetto nuziale; questo banchetto crea la comunità, la chiesa, una comunità aperta a tutti e attenta agli ultimi.


10. Facciamo memoria in questo giorno della Beata Maria Vergine Addolorata; in Lei abbiamo l’esempio di come stare, di come vivere al banchetto delle nozze. Accanto alla croce Maria indossa l’abito nuziale della comunione con la morte e la risurrezione del suo figlio Gesù, e diviene proprio là, condividendo la vita o meglio la morte col Figlio, diviene la Madre dei discepoli.

Alle nozze di Cana Maria aveva pregato il Figlio per gli sposi che non avevano più il vino; non può mancare al banchetto delle nozze il vino della festa, la gioia di condividere l’amore e la presenza dello sposo. L’intercessione di Maria ottiene che la festa dura e che il vino vecchio, ormai esaurito, sia sostituito dal vino nuovo, quello che solo Gesù è capace di assicurare, il vino della nuova alleanza celebrata sulla croce, dove il dono è divenuto totale e pieno. E ciò non solo nel tessuto e nella storia di ogni famiglia umana, ma anche nella storia di ogni comunità cristiana.

Per noi Maria implori il Figlio anche questa sera perché i nostri limiti, ciò che in noi è esaurito o mancante sia abbondantemente ridonatoci dall’amore dello sposo, perché la nostra gioia sia per sempre.

Benedetto sia Cristo, il Figlio benedetto di Dio, Sposo dell’umanità e benedetto il grembo che lo ha portato.


Scordia, 15 settembre 2017

Festa della Beata Maria Vergine Addolorata

 

O Gesù che hai detto:

“ Dove due o più sono riuniti nel mio nome,

io sono in mezzo a loro,”

sii fra noi, che ci sforziamo di essere uniti nel tuo Amore,

in questa comunità parrocchiale.

Aiutaci ad essere sempre “un cuore solo e un’anima sola”,

condividendo gioie e dolori, avendo una cura particolare

per gli ammalati, gli anziani, i soli, i bisognosi.

Fa che ognuno di noi si impegni ad essere vangelo vissuto,

dove i lontani, gli indifferenti, i piccoli scoprono

l’Amore di Dio e la bellezza della vita cristiana.

Donaci il coraggio e l’umiltà di perdonare sempre,

di andare incontro a chi si vorrebbe allontanare da noi,

di mettere in risalto il molto che ci unisce

e non il poco che ci divide.

Dacci la vista per scorgere il tuo volto

in ogni persona che avviciniamo

e in ogni croce che incontriamo.

Donaci un cuore fedele e aperto, che vibri

a ogni tocco della tua parola e della tua grazia.

Ispiraci sempre nuova fiducia e slancio

per non scoraggiarci di fronte ai fallimenti,

alle debolezze e alle ingratitudini degli uomini.

Fa che la nostra parrocchia si davvero una famiglia,

dove ognuno si sforza di comprendere, perdonare,

aiutare, condividere; dove l’unica legge

che ci lega e ci fa essere veri tuoi seguaci,

sia l’amore scambievole. Amen.

 

 

 

Il Piano Pastorale Parrocchiale 2016/2017

Lettera alla Comunità (.pdf)

Per “sognare”, con passi concreti, la Chiesa

 

1. Abbiamo celebrato il Giubileo della misericordia, che oramai si avvia alla conclusione; così anche il Bicentenario della nostra Chiesa diocesana.

Con questa Eucaristia riprendiamo il cammino pastorale della nostra comunità.

Quali coordinate dobbiamo dare a questo cammino comune, quale eredità ci resta da questi grandi eventi di Chiesa vissuti con passione e con amore?

Cosa ci resta, che stile assumere, quali vie percorre per fare in modo che queste celebrazioni non restano solo memoria, ma diventino alimento per il nostro domani, pane per il nostro cammino?

Cosa ci rimane, cosa abbiamo imparato, o dobbiamo ancora imparare perché continuiamo a rendere veri e credibili questi avvenimenti? Dobbiamo dare risposta a queste domande, perché altrimenti gli avvenimenti vissuti restano momenti separati dalla vita, isole che non ci coinvolgono in una crescita certa, in un cammino fatti di passi seppur piccoli ma reali.

 

2. La prima indicazione per il nostro cammino pastorale la colgo nell’anniversario che stiamo celebrando: il ricordo grato della mia ordinazione sacerdotale. Lo faccio partendo proprio dal tema della misericordia messo in evidenza dal Giubileo. Prendo in prestito le parole di Paolo, rivolte a Timoteo: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendomi al suo servizio … Mi è stata usata misericordia, … la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”.Considerando la mia vicenda personale, i miei ormai tanti anni di ministero presbiterale, trovo che la generosa possibilità offertami da Dio è come un segno di un rinnovamento disponibile per ciascuno. Di fronte a Dio l’unico atteggiamento consono è aprire il cuore al ringraziamento, alla contemplazione stupita e meravigliata di come Egli agisce nella nostra vita; la libertà del suo amore non è condizionato dalle nostre risposte ma sempre è disponibile ad un nuovo incontro, ad una nuova possibilità, ad un nuovo orizzonte offerto ai nostri giorni. E ciò si traduce in gioia e in fiducia.

Nella gioia di sapersi amati da Dio, da Lui salvati e arricchiti di doni per vivere bene e meglio la nostra vita; nella fiducia perché la misericordia di Dio, sempre disponibile e sempre vicino, non lascia mai soli, anche quando cadiamo, anche quando sbagliamo.

 

3. La seconda traccia la traggo dalla festa di oggi, il ricordo della Vergine Maria Addolorata; Ella ci dà una lezione di compassione vera e profonda; Maria soffre per Gesù, ma soffre anche con lui e la passione di Cristo è partecipazione a tutto il dolore dell’uomo. La liturgia ci fa leggere nella lettera agli Ebrei i sentimenti del Signore nella sua passione: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte”. Queste forti grida e lacrime erano certamente anche nel cuore della Madre, l’hanno fatta soffrire; il desiderio che il figlio fosse salvato da morte doveva essere in lei ancora più forte che non in Gesù, perché una madre desidera più del figlio che egli sia salvo. Nello stesso tempo Maria si è unita alla pietà di Gesù, è stata come lui sottomessa alla volontà del Padre. Per questo la compassione di Maria è vera: perché ha veramente preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza.

L’umanissimo atteggiamento di compassione di Maria è la concretezza della sua misericordia; chi veramente sente compassione, impara a fermarsi, a guardare con occhio di misericordia le piaghe dell’uomo, chiunque esso sia, qualunque sia il suo nome e la sua condizione e se ne sa fa carico, senza retorica o perbenismo, ma solamente con amore. Chiediamo alla Vergine Maria che anche in noi compassione si unisca alla misericordia; lei, madre di misericordia, rivolga a noi i suoi occhi, fonda in noi questi due sentimenti che formano la compassione vera.

Presso la croce, dove Maria stava insieme a Giovanni, la Madre è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù: il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio. Lì, accanto alla croce, Maria ci attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno.

 

4. Dalla celebrazione del Bicentenario della nostra Chiesa diocesana, con il sottofondo del Convegno della Chiesa Italiana a Firenze concentrato sul nuovo umanesimo, prendo delle altre concrete indicazioni per individuare coordinate nuove, stimoli per il nostro cammino di Chiesa.Mi riferisco in particolare alla grande esperienza di fraternità e di accoglienza gioiosa delle famiglie in occasione del raduno regionale che insieme abbiamo vissuto; ci siamo regalati una grande gioia scaturita da un semplice gesto: l’accoglienza. Accogliere è vincere la paura dell’altro, è abbassare la propria soglia di autodifesa, superare diffidenze e sospetti; è lasciarsi investire dal nuovo, accogliere la sfida della sorpresa, fare spazio, allargarsi il cuore e la mente…

È facile accogliere per una sera, per una cena, per una giornata… L’accoglienza deve diventare il nostro stile di vita; essere una comunità accogliente significa aprirsi, mettere in gioco le proprie abitudini, accogliere la ricchezza di cui l’altro è portatore.

Per il nostro impegno a crescere come comunità tutto si riassume nel farci più chiesa: più chiesa nella contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quelle frammentate per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. È il misericordiae vultus che lascia un’impronta nella nostra vita e ci lancia sulle strade del mondo ad annunciare questa misericordia sperimentata. Lasciamoci guardare da Lui; questo il nuovo umanesimo, da questo nasce la nuova umanità.

 

5. Papa Francesco nel suo discorso a Firenze ha delineato i tratti di questa Chiesa che nasce dalla contemplazione del volto del Cristo. Il primo sentimento è l’umiltà: dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre. Un altro sentimento con cui Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. E poi, il sentimento della beatitudine; nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina.

Se la Chiesa non assume questi sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il proprio senso, percorre strade

vuote ed insegue prospettive soltanto terrene. Se li assume, invece, potrà essere all’altezza della sua missione, saprà riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente.

 

6. Ai vescovi e ai presbiteri il Papa chiede di essere pastori, niente di più che pastori: “Sia questa la vostra gioia: Essere pastore”; sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi.

A tutti chiede di essere una chiesa nuova: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”.

Sognare concretamente: può sembrare uno slogan ed invece è la sintesi e il rilancio dello stile nuovo, chiesto dal Papa alla Chiesa italiana nel suo discorso. E ciò a partire da un consiglio concreto, che cercheremo di fare nostro nelle attività pastorali di quest’anno: avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Con dei tavoli di lavoro avvieremo questa rilettura della Evangelii gaudium: in alcune Giornate dei tavoli, la prima il prossimo giovedì 29 ottobre, dopo un tempo di preghiera avvieremo questa rilettura per trarre indicazioni, per tradurre nella pratica il nostro desiderio di essere una chiesa nuova e rinnovata, per come ci vuole il Padre celeste. “Il sogno missionario di arrivare a tutti” – l’espressione è contenuta nell’enciclica del Papa – ci spinga ad uscire fuori per invitare tutti, ma proprio tutti, specialmente gli esclusi, a prendere parte alla gioia del banchetto ecclesiale, dove, rivestiti tutti della misericordia di Dio, esulteremo della sua gioia e della sua presenza, uomini nuovi ricreati dalla grazia nella verità.

 

Scordia, 15 settembre 2016

Festa della Beata Maria Vergine Addolorata

 

 

"Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

 

Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).

 

Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.

 

Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni Regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, soprattutto sulle tre quattro priorità che avete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.

Papa Francesco

 

 

 

 

Il Piano Pastorale Parrocchiale 2015/2016

Lettera alla Comunità (.pdf)

Noi vasi di misericordia (Rm 9, 23)

 

1. Rendo grazie al Signore che nella sua grande misericordia mi ha chiamato, senza mio merito, al ministero presbiterale. Ed è bello, in questo anniversario della mia ordinazione, ringraziare il Padre con voi, sorelle e fratelli di questa comunità parrocchiale, Chiesa di Dio e suo popolo santo, nonostante limiti, chiusure e lentezza nel corrispondere alla sua grazia.

Più aumentano i miei anni e più comprendo quanto Paolo scriveva ai Corinti: “Portiamo questo tesoro in vasi di argilla” (2 Cor 4,7). Il tesoro del Ministero, della Parola e della Grazia, Dio si è degnato farlo contenere in vasi di creta perché appaia evidente che è Lui che dà energia e vita, forza e salvezza, amore e speranza. Lui stesso e il suo mistero è l’incontenibile tesoro che ci riempie di vita, elargendoci gioia e futuro.

La gratuità della grazia esalta la fragilità della nostra condizione con la benevolenza di Dio; nonostante i nostri limiti, la grazia opera, la forza della parola converte, il perdono viene donato e il pane e il vino si fanno ancora Eucaristia e Presenza viva del Cristo Signore.

Così guardando agli anni della mia vita e a quelli del ministero presbiterale che il Signore mi ha donato di compiere, non posso che confessare umilmente e con gratitudine immensa che eterna è la sua misericordia. Il perché di tutto è da scoprire sempre nella sua misericordia, che abbraccia passato e futuro, storia e sentimenti, eventi e circostanze della vita. Ciò che Dio fa’ dura per sempre; il resto rimane nella fragilità del tempo e delle cose umane. Il tesoro che oggi siamo chiamati a guardare è la bellezza di Dio che ci riempie e ci possiede, così che mentre diciamo perché eterna è la sua misericordia, lodando la benevolenza della Santissima Trinità, cogliamo più a fondo la nostra chiamata, il compito di testimoniare e portare il Nome Santissimo del Signore ad abitare le nostre vite e la nostra storia fino ai confini del mondo, anzi oltre ogni confine.

Uno sguardo grato vede diversamente, vede anche l’invisibile, perché potenziato dall’amore; questo sguardo lo impariamo nell’Eucaristia e nella Parola, l’una e l’altra testimonianza viva della Presenza che salva.

2. In questo anno pastorale siamo invitati a varcare la porta della misericordia col Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco per contemplare Gesù Cristo, volto della misericordia del Padre, perché tenendo fisso lo sguardo su di lui diveniamo noi stessi segni efficaci dell’agire misericordioso del Padre. Questo sguardo contemplativo sarà “fonte di gioia, di serenità e di pace”, per come ci ricorda il Papa.

“L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa ‘vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia’ “(Papa Francesco, Misericordiae vultus, 10).

L’anno giubilare della misericordia disegna il cammino della vita della Chiesa e la nostra comunità parrocchiale si coinvolgerà in questo percorso di preghiera e di annunzio, di catechesi e di operosità nella misericordia perché non restiamo indifferenti all’amore misericordioso del Padre e come il figlio Gesù anche noi entriamo in comunione con la misericordia di Dio diventandone testimoni; la nostra crescita nella fede sarà crescita nella misericordia. Occorrerà per questo farsi pellegrini, mettersi in cammino perché riscoprendo la forza del vangelo lasciamo operare in noi la grazia di Dio misericordioso.

3. All’anno giubilare si accompagna un altro evento che celebreremo nella letizia e nella gioia: il bicentenario della nostra chiesa diocesana. Questa memoria ci ricorda che la nostra esperienza di Chiesa è radicata nella storia del nostro territorio e che attraverso i fatti della storia ci giunge la grazia di Dio; non solo, ma che l’esperienza stessa della misericordia di Dio si coglie e si vive nelle Chiesa.

Al rendimento di grazie per questo dono si unisce perciò un rinnovato impegno a riscoprirci Chiesa amata da Cristo, suo popolo, che mentre canta eterna è la sua misericordia si coinvolge nel vivere ancora nell’oggi il mistero della Chiesa con gratitudine e gioia, superando le pesantezze del tempo e dei limiti umani per lasciarsi purificare dalla misericordia di Cristo e lasciarsi mandare a testimoniare le grandi opere del Padre.

Sarà un tempo di attenzione alle iniziative diocesane che intenderanno unificare e far incontrare le diverse comunità ecclesiali della Diocesi per momenti di comunione e di riflessione, di presa di coscienza e di spinta in avanti sulle vie del servizio al territorio, alla missione di uscire sulle strade a portare il vangelo, ad essere tra le case della gente la fontana che rinfranca, rinfresca e disseta.

4. A questi eventi si associano altri due significativi avvenimenti: in ottobre il Sinodo dei Vescovi su La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo (Roma, 4-25 ottobre 2015) e il Convegno della Chiesa Italiana (Firenze, 9-13 novembre 2015) sul tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.

Nonostante i tanti segnali di crisi dell’istituto familiare nei vari contesti del villaggio globale, il desiderio di famiglia resta vivo, specialmente fra i giovani, e motiva la Chiesa, esperta in umanità e fedele alla sua missione, ad annunciare senza sosta e con convinzione profonda il Vangelo della famiglia che le è stato affidato con la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo e ininterrottamente da lei insegnato. La famiglia assume per la Chiesa un’importanza del tutto particolare e nel momento in cui tutti i credenti sono invitati a uscire da se stessi è necessario che la famiglia si riscopra come soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione.

La riflessione ecclesiale del Convegno di Firenze ci coinvolge a fondare in Gesù Cristo l’identità profonda dell’uomo, umanizzando le nostre relazioni e donando un volto veramente umano alla nostra esperienza cristiana.

Il nuovo umanesimo di Firenze ha le sue radici prima di tutto nei nostri cuori, nell’esperienza contagiosa di Gesù Cristo che riusciamo a vivere insieme come Chiesa; ciò permette di coltivare in pienezza la nostra umanità, non in alternativa alla fede ma proprio perché la fede si incarna nell’umano e questo diventa il sacramento stesso della presenza di Dio. Non si tratta di formulare teorie umanistiche astratte o di offrire programmi e schemi pastorali precostituiti; si tratta semplicemente di entrare nell’ottica e nell’esperienza di Gesù Cristo, che nella sua vicinanza all’uomo ha espresso la vicinanza e la solidarietà di Dio.

Il cammino della preparazione del Convegno propone alle comunità cristiane l’impegno a percorrere con rinnovata convinzione le cinque vie individuate per la riscoperta e l’efficace concretizzazione di un nuovo umanesimo: la via dell’uscire, dell’annunciare, dell’abitare, dell’educare, del trasfigurare. Su queste strade si disegna lo stile pastorale che le comunità cristiane sono chiamate ad assumere per rendere in quest’ora della storia umanizzante l’annunzio del vangelo.

Quest’anno ricorre anche il 50mo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II; l’anno santo della misericordia riprende l’impegno già proposto da Papa Giovanni XXIII alla Chiesa nell’indire il Concilio: vivere “usando la medicina della misericordia, piuttosto che imbracciare le armi del rigore”. Il Vaticano II rimane il grande potenziale di rinnovamento per la vita della Chiesa, l’orizzonte dentro cui collocare scelte, stili, prospettive del suo vivere per rinnovare sempre la propria fedeltà a Dio e all’uomo.

Ecco disegnato allora il percorso del nostro anno pastorale; la grazia del Signore ci impegna con forza a ripartire con la coscienza chiara di lasciarci trasformare in popolo di misericordia, cioè uomini e donne che sanno farsi compagni di viaggio di qualunque fratello e sorella, poveri come noi, ma uniti per accogliere il dono dell’Amore che libera il cuore.

5. L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani esorta i cristiani di quella comunità quali vasi di misericordia a vedere nella chiamata di Dio il segno fecondo del suo amore, affermando che la presenza e la potenza del Padre si manifesta proprio nei vasi di misericordia.

I vasi di misericordia sono gli uomini che, aderendo a Dio e accettando la salvezza del vangelo, scoprono di essere oggetto dell’azione salvifica di Dio e lasciano che Dio manifesta in essi la ricchezza della sua gloria. Si scopre la misericordia, altro nome della grazia, quando si scopre che al centro della propria esistenza c’è Dio e che noi non siamo soli perché lui si fa sempre il nostro compagno di viaggio.

Paolo usa l’immagine del vasaio per illustrare l’assoluta e insindacabile libertà di Dio ed insieme l’umile disponibilità dell’uomo a lasciarsi modellare dalle mani del vasaio, l’unico che può dare forma reale alla fragile creta.

Non sempre ci è chiaro il disegno di Dio nella nostra vita; leggendo la nostra storia, nonostante le difficoltà e gli smarrimenti, possiamo riconoscere che l’amore, la misericordia e la grazia di Dio non ci abbandona mai. La nostra libertà nasce da questo intimo rapporto tra il Creatore e la creatura, simile a quello tra madre e figlio, o quello tra persone che si amano senza limiti

6. Una chiesa viva, dunque, una chiesa in uscita che diviene luogo di incontro di mondi e storie, spazio in cui si intessono reti di relazioni, nelle quali essa impara ad abitare. Questo vuole il Signore da noi e questo la sua grazia ci aiuta a realizzare per essere davvero una comunità che sta dentro le case di uomini e donne, una comunità che abita la storia dell’intera famiglia umana, si immerge in essa, in una solidarietà attenta al grido e alla speranza che vi risuonano. Su questa strada viviamo la sequela del nostro Signore, il Verbo che ha posto la sua tenda in mezzo a noi.

Come osserva l’Evangelii gaudium “il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa” (n. 88). La chiesa in uscita saprà dunque incontrare in profondità le vite di uomini e donne, saprà accompagnare e condividere, saprà vivere la prossimità per testimoniare in essa il senso di ciò che vive, la illumina e la trasfigura. Lo stile del dialogo darà corpo a questa dimensione conviviale dell’abitare, che si rinnova in ogni luogo ed in ogni tempo.

La parrocchia ha un ruolo centrale in questa dinamica; pur nelle diversità che animano ed esprimono ciascuno di noi, tutti siamo chiamati ad essere concreta presenza e segno espressivo sul territorio della vicinanza di Dio ad ogni uomo ed ogni donna. Si tratta di abitare l’umano nella varietà delle sue dimensione, città e campagne, tempi e dimensioni della vita, momenti di gioia e di dolore; si tratta di farsi tutto a tutti per portare in ogni ambito la gioia dell’Evangelo, la testimonianza di un Signore che ama l’umanità e le si fa vicino in ogni modo.

Un segno particolarmente importante in tal senso saranno le opere della carità (le opere di misericordia), cui generosamente si dedicano tanti fratelli e sorelle anche nella nostra comunità, espressione concreta del farsi prossimo dei più poveri e dei più fragili. Quando viviamo testimoniando di essere una comunità solidale, il Vangelo manifesta il suo volto di gioia che illumina anche le difficoltà del vivere.

7. A Maria, Madre della misericordia rivolgiamo ora i nostri cuori, Lei vita, dolcezza, speranza nostra. Ai piedi della croce del suo figlio ella ha imparato l’amore infinito di Dio, lasciandosi riempire della sua misericordia e del suo Spirito. Dal silenzio adorante che ha colmato il suo cuore dall’Annunciazione alla Pentecoste, è scaturito sempre il canto di Maria, che ha riconosciuto nella gioia la misericordia del Padre che l’ha totalmente attraversata e riempita.
La preghiamo di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi perché con la sua intercessione anche noi diveniamo discepoli misericordiosi come il Padre celeste, per come il suo figlio Gesù Cristo ci ha indicato.
Il Misericordioso ci benedica, ci dia occhi di misericordia, voce e cuore per riconoscere e cantare che eterna è la sua misericordia.

 

Scordia, 15 settembre 2015

Festa della Beata Maria Vergine Addolorata

 

Preghiera

Signore Gesù Cristo, tu ci hai insegnato
a essere misericordiosi come il Padre celeste,
e ci hai detto che chi vede te vede Lui.

Mostraci il tuo volto e saremo salvi.
Tu sei il volto visibile del Padre invisibile,
del Dio che manifesta la sua onnipotenza
soprattutto con il perdono e la misericordia:
fa’ che la Chiesa sia nel mondo
il volto visibile di Te,
suo Signore, risorto e nella gloria.

Manda il tuo Spirito e consacraci tutti
con la sua unzione perché il Giubileo della Misericordia
sia un anno di grazia del Signore
e la tua Chiesa con rinnovato entusiasmo
possa portare ai poveri il lieto messaggio
proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà
e ai ciechi restituire la vista.

Lo chiediamo per intercessione di Maria
Madre della Misericordia
a te che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli. Amen

 

 

 

 

Il Piano Pastorale Parrocchiale 2014/2015

Lettera alla Comunità
Vogliamo vedere Gesù (Gv 12, 21)

 

1. Carissimi fratelli e amici di questa comunità parrocchiale, che immagino sempre come Chiesa senza confini, sempre in ascolto del Padre, immersa nel Suo mistero di amore e attenta agli uomini, alle loro ansie ed attese.
Con voi rendo grazie al Signore che, senza mio merito, mi ha chiamato a servirlo nella Chiesa per proclamare la Sua misericordia nel Sacramento del Perdono e dell’Eucaristia. Celebrare la fedeltà di Dio nell’anniversario della mia ordinazione presbiterale è gioia di sapere che Lui non ritira mai i suoi doni, nonostante le nostre fragilità, che anzi ci rafforza col Suo Spirito perché appaia con evidenza che la forza viene dal Suo amore per noi, che è
eterno.

2. La comunità cristiana, che è frammento e sacramento di Chiesa, non può lasciarsi catturare da niente e da nessuno, neppure dalle sue stesse pratiche e abitudini religiose; l’Unico che può conquistare la nostra vita e la nostra libertà è il Signore Gesù. Nell’impegno di testimoniarlo e di servirlo c’è la gioia del vivere cristiano, la gioia del vangelo. Il Vangelo è lo stesso Signore Gesù, la sua persona, la sua esperienza di vita, il suo pensiero e la sua parola, la sua passione-morte-resurrezione.
Il recente documento della CEI, Incontriamo Gesù, respira questa profonda verità, incentrando su di essa l’intera prospettiva degli Orientamenti per l’annunzio e la catechesi in Italia. Rimandando ad altri momenti lo studio e l’approfondimento di questo testo, per le nostre prospettive pastorali di questo nuovo anno ci riferiamo al suo clima, alla sua proposta fondativa: la fede è incontrare Gesù, è vivere tale incontro nel noi della Chiesa.
Siamo convinti che la crescita nel vivere il vangelo è sostenuta dalla grazia dello Spirito Santo e si compie attraverso l’evangelizzazione. Noi, con le nostre povertà e i nostri limiti, siamo chiamati ad essere servitori del Vangelo, annunziatori miti e coraggiosi della parola che salva; siamo chiamati a cogliere coscientemente le sfide che l’oggi pone all’annunzio, sfide che mutano lo stile di vita persino delle nostre famiglie, i nostri modi di pensare e di relazionarci, i riferimenti che orientano scelte e scale di valori. In questo contesto, apparentemente refrattario alla presenza di Dio, misteriosamente resta forte la domanda della Sua presenza, la sete del Suo volto, il bisogno della Sua compagnia; sta a noi saper intercettare queste domande e, abitandole con la testimonianza, riempirle dell’eco della Presenza, contagiarle della gioia e della forza del Mistero.

3. Certo siamo anche responsabili del ritardo pastorale nell’assumere atteggiamenti di conversione nel nostro essere comunità missionaria, mandata ad annunziare e servire il vangelo; la sopravvivenza di tradizioni e di abitudini religiose ci distoglie spesso dal cogliere la domanda di vangelo che emerge dal disorientamento e dal disagio del vivere sociale; è un limite anche il nostro sentirci scoraggiati e timorosi nell’impegno di trasmettere la Parola, la testimonianza di una gioiosa vita cristiana ed ecclesiale.

4. È urgente che tutti noi, uomini e donne di questa comunità, ci coinvolgiamo in un rinnovato impegno missionario; risulta primario coinvolgerci pienamente nel porre l’annunzio del Vangelo come l’evento centrale della nostra vita di fede e della nostra pastorale parrocchiale.
Grazie a Dio e all’impegno di tanti laici e presbiteri che hanno sostenuto la vita cristiana in questo nostro territorio - e dovremmo avere di ciò una memoria sempre grata - la richiesta dei Sacramenti e la preparazione ad essi attraverso il catechismo è un bene ormai stabilizzato; ma ci accorgiamo che tutto ciò non basta a far vivere una vita buona secondo il vangelo. Si impongono scelte pastorali che aprono a percorsi di iniziazione cristiana, a privilegiare e a offrire opportunità di catechesi in ogni fase della vita, a spenderci per la formazione alla fede delle giovani generazioni e ad evangelizzare la realtà della famiglia, vera frontiera missionaria per la nostra comunità.
Nessuno pensi che ciò è compito di altri; ciascuno scopra o riscopra il proprio dono da mettere a servizio del vangelo nella comunità, con umiltà e gioia.

5. Come sempre nella storia di Dio, il nuovo ha inizio dalla scelta di abitare il presente, di accoglierlo e di amarlo; lo stile dell'incarnazione è la via di Dio attraverso la quale giunge salvezza e vita.

6. Perciò ci impegniamo in questo anno pastorale a compiere alcuni passi semplici e concreti nella pastorale parrocchiale.
* Prenderemo coscienza di essere una chiesa in uscita, secondo l’invito costante di Papa Francesco; in uscita da noi stessi; in uscita come comunità con la capacità di non rassegnarsi, una comunità che coinvolge, accompagna, sa far festa nel Signore. (cfr. EvG 26).
* Cercheremo il modo come nel nostro territorio ogni persona, nei molteplici ambiti di vita, possa sperimentare una Chiesa capace di comunicare il Mistero di Cristo, una Chiesa sensibile, partecipe, vicina, esperta di umanità, ricca di buona notizia, compagna disinteressata di viaggio.
* Se la catechesi è la vita della chiesa, dobbiamo accogliere la sfida di porre l’evangelizzazione e la catechesi al centro dei nostri progetti pastorali, delle nostre attività, del nostro impegno. Cercheremo di immaginare percorsi di risveglio della fede, progetti formativi per operatori di catechesi; avvieremo gruppi di ascolto del Vangelo, con tematiche periodiche e protratti nel tempo.
* Riscopriremo la Domenica come luogo e tempo per vivere l’evento della fede;per come celebriamo la Domenica viviamo la fede, per come viviamo la Domenica sperimentiamo il nostro essere discepoli del Signore e sua comunità.
Se la nostra comunità parrocchiale vivrà in questo clima la Domenica, la rinnovata e feconda relazione con Dio e con i fratelli ci aiuterà a ri-centrare l’annunzio e l’azione pastorale sull’essenziale: l’incontro con Cristo, con la sua misericordia, con il suo amore e l’amore dei fratelli come lui li ha amati.
Questo incontro significa adorazione, ascolto, silenzio, preghiera, apertura del cuore, sensibilità all’amore, disponibilità all’agape, gioia di comunione e di vita nuova. Per vedere Gesù, per incontrarlo, per abitare da lui e con lui, “la Domenica si rivela come l’evento sintetico della vita della comunità ecclesiale, il luogo e lo spazio in cui si compie l’evento di grazia che ci permette di recuperare il respiro pasquale della Chiesa (ivi).

7. Il vangelo di Giovanni racconta di un gruppo di Greci che si presetano all’apostolo Filippo e gli domandavano con insistenza e convinzione: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12, 21). Volevano sapere chi era Gesù, da dove veniva; volevano vederlo con gli occhi del cuore, incontrare chi poteva dare risposte alle domande della loro vita. Era questo il loro profondo desiderio, il desiderio che li aveva spinti a mettersi in cammino, a giungere a Gerusalemme per la Pasqua.
Filippo e Andrea sono apostoli che hanno un nome greco e a loro i Greci si rivolgono, manifestando che il desiderio di Dio non è appannaggio di nessuno. Il Vangelo di Giovanni vuole inoltre sottolineare che la missione evangelica non è anonima, passa attraverso un reticolo di relazioni umane ed affettive che si fanno veicolo privilegiato della fede.
Il ricco vocabolario giovanneo dà alle parole significati più profondi di quello che a prima vista potrebbero avere; per Giovanni vedere sta per far visita a, incontrare qualcuno; nel suo vangelo i verbi vedere e credere spesso sono sinonimi, per cui voler vedere Gesù esprime il desiderio dell’incontro con lui, con una persona che si fa sperimentare e abitare in una esperienza che è continuativa, affettiva e totale.
La nostra fede è l’incontro con un Dio fattosi presente e accessibile nel volto di Gesù; la fede infatti non è seguire delle idee, non è adesione ad una teoria o ad una dottrina; la fede nasce da un incontro con una persona, si nutre di comunione, di condivisione, di compagnia.

8. Anche in Giovanni 1, 35-39 si racconta di alcuni uomini che, rispondendo all’esortazione del Battista a unirsi a Gesù , indicato come l’Agnello di Dio, si misero in cammino dietro di lui che passava per la via; conquistati dalla sua persona gli domandano: “Maestro, dove abiti?”. Questi uomini esprimono il medesimo desiderio dei Greci, il desiderio di vedere Dio. Quel profondo desiderio che ha abitato il cuore di Mosè (Es 33, 18-19.22), di Elia (1Re
19,11-13), il desiderio di quanti nella storia come esuli hanno cercato il volto, hanno sperimentato l’arsura e la sete dell’anima, hanno camminato per raggiungere montagne e cieli, hanno sofferto per cercare strade e luce, hanno sopportato martiri per inseguire la verità e affermare la libertà, per impegnarsi nell’amore e per inseguire bellezza e armonia.
È la sequela che conduce al luogo della visione: “Videro dove abitava e dimorarono presso di lui”. Da questa intimità i discepoli impareranno a scoprire sempre più il volto di Dio per nutrire la propria anima così da poterlo poi portare ai confini del mondo.
Il luogo dove vedere Dio, il luogo dove avere la visione dell’invisibile secondo il vangelo di Giovanni è il Gesù dell’ora, cioè la contemplazione del Crocifisso, scala che unisce il cielo e la terra, visibile e invisibile. “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37).

9. Contemplando Gesù Crocifisso, San Bonaventura esclamava: “perché dal fianco di Cristo morto in croce fosse formata la Chiesa e si adempisse la Scrittura che dice: ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’ (Gv 19, 37), per divina disposizione è stato permesso che un soldato trafiggesse e aprisse quel sacro costato”.
Magari la nostra pastorale e la nostra catechesi fosse come questo colpo di lancia, capace anch’essa di aprire e mostrare alle donne ed agli uomini del nostro tempo, il mistero dell’amore misericordioso del Padre, del cuore di Cristo, del soffio dello Spirito!
È l'augurio che riempie la nostra Eucaristia e la nostra preghiera, il nostro impegno a far sì che luogo dell’amore di Dio possa divenire anche per il nostro vissuto quotidiana abitazione, intimità, gioia di vivere e di confessare la buona notizia, il Vangelo del Signore Gesù.
La Vergine Maria, Madre presso la croce di tutti i fratelli del Signore Gesù, modello nel portare il lieto annunzio, guidi amorevolmente l’impegno di evangelizzazione della nostra comunità, che a Lei affidiamo.

 

Scordia, 15 settembre 2014
Festa della Beata Maria Vergine Addolorata

 

 

 

 

 

Il Piano Pastorale Parrocchiale 2013/2014

Lettera alla Comunità
Discepoli in missione
... fino ai confini del mondo" (Atti 1, 8)

 

1. L’ Anno della fede è stato ed è ancora una formidabile opportunità per riflettere sulla nostra fede, cioè sul nostro incontro con Cristo, e quindi sul discepolato e sulla missione. Quest’anno ci ha permesso di rinnovare la fedeltà a Cristo, di rinvigorire la gioia di essere suoi discepoli e di rafforzare l’impegno a vivere da amici del Signore Gesù.
“Vuoi essere mio discepolo? Vuoi essere mio amico? Vuoi essere testimone del mio Vangelo?”. Nel cuore dell’Anno della fede queste domande ci invitano a dare continuità alla nostra fede, facendo in modo che essa si dilati sempre più, coinvolgendo la vita nella sua totalità, anzi diventando la nostra stessa vita.

2. Le nostre famiglie e comunità ci hanno trasmesso il grande dono della fede; così il Cristo è cresciuto in noi. Ora questa stessa fede ci chiama a portare la nostra esperienza del Cristo vivo e compagno del nostro vivere ‘fino ai confini della terra’ (At 1,8). Il percorso del vangelo si conclude spalancando l’orizzonte della missione, invitando a schiudere porte, ad aprire strade per andare, per portare il lievito del nuovo e il fuoco dello Spirito oltre Gerusalemme, oltre i nostri confini per raggiungere quelli del mondo.
Il cristiano respira con due polmoni: si nutre dell’intimità del Cristo e della chiesa, ne ascolta le parole e ne celebra i santi segni, vive l’abbraccio dell’amicizia e della fraternità, costruisce rapporti d’intimità, di prossimità e di contemplazione, sperimenta la gioia del calore della casa e delle presenze amiche. È l'esperienza del “Venite con me” (cf Mc 1,17), dello “stare con lui” (cf Mc 3,13); è la condivisione di vita, di pensiero e d’intendimenti col Maestro; è il tempo dell’apprendistato, del discepolato come esperienza di vita in comune con il Signore Gesù, di radicamento in Lui.
C’è poi l’altro polmone, altrettanto necessario per respirare e vivere la vita del Cristo: quello della missione, dell'apertura, dell’invio. L’esperienza complementare allo stare con lui è quella dell’andare, dell’essere inviati, di portare la testimonianza gioiosa della bella notizia fino ai confini della terra. Il tempo della missione non è un tempo ‘altro’, un tempo aggiuntivo al vivere cristiano; l’andare non è compito di alcuni nella chiesa ma è la dimensione ordinaria e irrinunciabile del vivere la fede, è condizione essenziale del discepolato.

3. Certo, i confini della terra sono quelli della geografia, i luoghi lontani, ma sono anche tutti quei confini che l’uomo crea: quelli fissati dalle nostre chiusure e dalle nostre esclusioni, quelli che costruiamo con le nostre paure e le nostre indecisioni, con le nostre ipocrisie. I confini sono le barriere, sono i limiti, sono i muri, le separazioni, le divisioni. Là siamo inviati a portare la gioia del vangelo e della fede.
Tradurremo quest’anno il nostro intento ad essere discepoli in missione a partire dal nostro renderci vicini: vicini a quelli di casa nostra, vicini ai nostri vicini di casa, ai nostri vicini di strada; vicini ai parenti, alle famiglie dei nostri amici, ai compagni dei nostri figli … Impareremo ad abitare questi confini senza giudizi o pregiudizi, con cuore e mente libera e liberata dall’amore del Signore, con l’umile desiderio di essere fratelli e sorelle che nella prossimità, nella vicinanza intendono esprimere la forza del vangelo e dell’amore cristiano.

4. E ciò con tre semplici atteggiamenti che condensano il percorso della fede.
I. Il primo, che sintetizzo nel verbo contagiare, lo colgo nella liturgia della Pasqua, per come ci ricorda la Lumen fidei: “La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde e arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma che si avvicina e accende un'altra fiamma” (Lumen fidei, 37).
II. Il secondo atteggiamento lo suggerisce la liturgia di questa 25ma domenica del tempo ordinario: cercare. È la ricerca di chi e di tutto ciò che è perduto, come ci insegna la parabola del pastore che cerca la pecora perduta, o della donna che spazza la casa in cerca della dracma smarrita, o del Padre che non cessa di essere vicino al figlio che ha abbandonato la sua casa, aspettandolo con l’ansia di abbracciarlo e di riprendere con lui un tempo di intimità nuovo e più maturo. Il magistero irrompente di Papa Francesco ha fortemente esaltato questa peculiare caratteristica del Dio misericordioso, che non si stanca mai di andare incontro all’uomo. Ricerca è anche attesa del cuore, vigilanza nel tenere la porta aperta, atteggiamento umile e amoroso di farsi carico anche del travaglio dell’altro.
III. Il terzo atteggiamento nasce dalla natura della fede: essa si vive nella Chiesa, corpo in cui ciascuno, proprio perché credente/vivente, è in comunione con Cristo e partecipa alla missione di portare il vangelo ai confini della terra. Fare/essere chiesa è l’impegno che ci fa responsabili di mettere a servizio degli altri i doni, i carismi, le possibilità che Dio ha donato a ciascuno per servire la crescita di tutto l’organismo ecclesiale. Il Signore Gesù chiede a ciascuno di costruire, di riparare la sua chiesa. Ma “non costruite una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone”, ricordava papa Francesco ai giovani; Gesù ci chiede che la sua chiesa vivente sia così grande da poter accogliere l’intera umanità, sia la casa per tutti!
Questi tre atteggiamenti traducono in maniera vigorosa, appassionante e impegnativa anche la passione educativa della chiesa e di ogni comunità parrocchiale, per come suggerisce la prospettiva dell’Educare alla vita buona del Vangelo, secondo la prospettiva pastorale che la Chiesa Italiana si è data per questo decennio.

5. Ho ancora negli occhi lo spettacolo del popolo di giovani della Giornata Mondiale di Rio che nella Veglia sulla spiaggia di Copacabana mimava la costruzione della chiesa, per come il Crocifisso di San Damiano aveva chiesto a frate Francesco. “Sappiamo che Francesco d’Assisi piano piano si rese conto che non si trattava di fare il muratore e riparare un edificio fatto di pietre, ma di dare il suo contributo per la vita della Chiesa; si trattava di mettersi a servizio della Chiesa, amandola e lavorando perché in essa si riflettesse sempre più il volto di Cristo” (Omelia di Papa Francesco). Ognuno deve sentirsi coinvolto in questa costruzione;nei miei quarant’anni di vita presbiterale - di cui oggi faccio memoria e di cui ringrazio con animo grato il Signore - ho avuto modo di sperimentare la gioia di far parte di questo edificio vivo, la gioia di sentirmi parte di questo organismo, che è Cristo stesso. E sono lieto di aver dato la mia vita perché questa casa di Dio potesse crescere e cementarsi, perché il vangelo potesse risuonare anche in questo piccola zolla di terra che è la nostra storia, perché i santi segni dell’amore di Dio potessero portare anche nel nostro oggi vigore e forza al vivere degli uomini.
Ho sognato e continuo a sognare che ogni ‘frammento’ di questa chiesa (gruppo, comunità, parrocchia e oltre…) respiri a pieni polmoni la comunione e la missione, senza protezioni e senza chiusure, rapita dal vento forte dello Spirito che apre, sconquassa chiusure e dà il coraggio di osare vie, linguaggi e gesti nuovi per dire la gioia e la libertà del vangelo.

6. Fratelli e sorelle, sappiamo tutti che Dio agisce anche nella nostra storia e ci sorprende sempre; ci offre segni di benevolenza che accompagnano il nostro cammino perché procediamo con più speranza, con più fede, con più amore. Il dono di papa Francesco alla chiesa e al mondo è un segno di questa benevolenza del Padre celeste perché tutti impariamo a scoprire la tenerezza di Dio nella nostra vita e nella storia.
Andate, senza paura, per servire. In queste parole Papa Francesco ha condensato la sua consegna ai giovani di Rio. Queste stesse parole possono esprimere anche per la nostra comunità parrocchiale il senso del cammino pastorale di quest’anno, possono segnare anche per noi il percorso su cui vivere la nostra fede e il nostro servizio.

7. “Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta” (Lumen fidei, 1).
Dio sa quanto bisogno abbiamo nel nostro oggi di vedere, Dio sa come i nostri occhi sono impediti da mille difficoltà a guardare il presente e più ancora il futuro, quanti ostacoli impediscono alla nostra vista di scorgere la vita attorno a noi, di individuare speranze, di scoprire il bene e costruire il ben-essere.
“Chi crede, vede”; abbiamo urgente bisogno della luce della fede per vedere, abbiamo bisogno degli occhi di Cristo per scorgere e scoprire la gioia di lavorare insieme per costruire la vita, un mondo più umano e più casa per noi uomini e figli di Dio.
La luce della fede è capace di illuminare tutta l’esistenza umana perchè trasforma la vita; dall’amore di Dio, che ci precedere e su cui possiamo sempre contare, “riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro” (Lumen fidei, 4).
Mettiamo sotto la materna protezione di Maria il cammino di fede e il cammino pastorale della nostra comunità parrocchiale; Lei, che abita le strade degli uomini, che con coraggio e premura porta alla cugina Elisabetta la gioia della Presenza, la gioia dell’incontro, muova i nostri passi e i nostri cuori spesso spenti perché ci facciamo ogni giorno più discepoli del suo Figlio e portiamo la luce della fede e del vangelo fino ai confini del mondo.
La Madre ci dia gli occhi dello Spirito per vedere oltre le apparenze, per vedere il Mistero della presenza nascosto nei semi, nel piccolo da cui ogni vita ha sempre inizio.

8. Su queste indicazioni ciascuno e tutti troveremo il modo di crescere nella fede, di vivere l’impegno di essere chiesa, di esercitare il nostro servizio. Così nella quotidianità e nella semplicità di ciò che costituisce la nostra vita ordinaria, aggiungeremo fede e amore perché il sapore del vangelo possa meglio insaporire il presente.

* Il prossimo 4 ottobre, festa di san Francesco d'Assisi, celebreremo una speciale veglia di preghiera per accogliere il mandato del Signore a lavorare nella sua vigna.

* Nel tempo di Avvento e di Quaresima cercheremo di organizzare delle opportunità di riscoperta della fede a servizio del nostro vicinato. Nel tempo di Pasqua cercheremo di farci vicini là dove riscontriamo distanze e lontananze; dedicheremo a questa ricerca i Colloqui di Nicodemo e gli incontri mensili di preghiera.

* In quest’anno, e precisamente nel prossimo febbraio, avremo la Visita pastorale del nostro Vescovo Calogero; sarà anche questa un’opportunità per la nostra fede, per confessarla sentendoci parte viva della chiesa locale, a cui presiede il Vescovo nella carità pastore.

* Nel tempo estivo un pellegrinaggio ad Assisi ci permetterà di riscoprire la figura di Francesco e di condividere con lui la gioia di seguire il vangelo e costruire la chiesa.

* Il servizio della catechesi e della carità, la stessa vita liturgica e sacramentale della comunità parrocchiale dovrà confrontarsi con queste prospettive pastorali, armonizzando scelte, iniziative, opportunità.

 

Il nostro patrono san Rocco, che spese la sua vita nel farsi vicino a malati e a sofferenti, sostenga questi progetti e l’Onnipotente Signore porti a compimento quanto ha ispirato ai nostri cuori.

 

Scordia, 15 settembre 2013
Festa della Beata Vergine Maria Addolorata

 

Aiuta, o Madre, la nostra fede!
Apri il nostro ascolto alla Parola,
perché riconosciamo la voce di Dio
e la sua chiamata.

Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi,
uscendo dalla nostra terra
e accogliendo la sua promessa.

Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore,
perché possiamo toccarlo con la fede.
Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui,
a credere nel suo amore,
soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce,
quando la nostra fede è chiamata a maturare

Semina nella nostra fede la gioia del Risorto.
Ricordaci che chi crede non è mai solo.

Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù,
affinché Egli sia luce sul nostro cammino.

E che questa luce della fede cresca sempre in noi,
finché arrivi quel giorno senza tramonto,
che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!
                                                               Lumen fidei, 60

 

 

 

Il Piano Pastorale Parrocchiale 2012/2013

Lettera alla Comunità

La fede nel cuore

“Con il cuore si crede e con la bocca si fa la professione di fede" (Rm 10,10).

 Cari amici,

 1. Il cuore è lo scrigno dove conserviamo ciò che nella vita stimiamo prezioso: persone, volti, sentimenti, eventi, pensieri, sguardi sul mondo e sulla nostra stessa esistenza, e tanto altro ancora. Portiamo tutto ciò sempre con noi, sempre ci è vicino, a portata di mano; nel cuore lo conserviamo, a volte lo celiamo, lo custodiamo nella sua intimità e nella sua profondità. Niente e nessuno può toglierci quanto abbiamo nel cuore.
Ciò che impariamo e conosciamo col cuore segna per sempre la nostra vita; e al patrimonio del cuore attingiamo quando sentiamo il bisogno di cose vere e vitali.
Vero è che le profondità del cuore sono un abisso in cui a volte noi stessi ci smarriamo; “il cuore è un abisso” recita il Salmo 64 (v. 6). Ma proprio là, in questo abisso troviamo le cose vere della vita, proprio là sentiamo l’amore di Dio che ci tocca, ci scruta, ci conosce; Dio “solo conosce il cuore dell'uomo” (cfr 1 Re, 8,39) perché Dio è più grande del nostro cuore e "guarisce chi ha il cuore rotto" (Sl 147,3), spezzato.

 2. Il prossimo ottobre inizierà lo speciale Anno della Fede, indetto da Papa Benedetto per ravvivare la fede nella comunità cristiana. Tale iniziativa vuole contribuire ad una rinnovata conversione al Signore Gesù e alla riscoperta della fede, affinché tutti i membri della Chiesa vivano da testimoni credibili e gioiosi del Risorto nel mondo di oggi, capaci di indicare alle tante persone in ricerca la porta della fede.
È con il cuore che si confessa la fede; e dal cuore partono tutte le spinte perché la fede sia rilevante per la vita; il cuore alimenta le parole e genera le azioni che confessano la fede e proclamano quanto mi sta a cuore Dio e quanto lo credo presente e operante nella mia vita. “Con il cuore si crede … e con la bocca si fa la professione di fede” (Rm 10,10). La fede nasce e si manifesta nel cuore; ciò "indica che il primo atto con cui si viene alla fede è dono di Dio e azione della grazia che agisce e trasforma la persona fin nel suo intimo" (Porta fidei, 10). L’atto della fede prima che nella mente nasce dal cuore, là dove si accoglie la grazia di Dio, grazia che trasforma e rinnova la vita.
Mi sono posto con umiltà di fronte alla porta delle fede e mi sono chiesto con quale cuore l’ho varcato, con quale animo ho benedetto il Signore che l’ha aperta, come ho percorso la strada che la misericordia di Dio apriva alla mia vita nella fede in Gesù Cristo Salvatore.
Mi sono chiesto del peso dell’abitudine nel pensare e nel vivere la mia fede, se questa ha dato verità e libertà alla mia vita o se, nonostante la luce, il cuore si è ancora lasciato traviare dagli inganni dell’uomo e dalla meschina mentalità egoistica che lo tenta e lo ostacola, lo uccide, chiudendolo in una sterile autosufficienza o arenandolo nell’abitudine o nella sterile ripetitività.
In questo lavorio interiore, che in certi anniversari della vita si fa più cosciente e più intenso, mi è venuta in mente, e nel cuore, la parola del Signore, un farmaco con il quale Egli intende guarire chi ha il cuore ferito (cfr Sal 147,3) e ricostruire la vita dispersa e squinternata.

 3. Il vangelo di Marco racconta con dovizia di particolari della guarigione del cieco di Gerico (Mc 10,46- 52); trovo questo racconto particolarmente suggestivo sia per questo tempo della mia vita sia per trovare con voi una collocazione vera davanti alla porta della fede. Perciò vi propongo questa pagina come luogo in cui situarci per accogliere con novità di cuore, con gioia grande il dono della fede così da poter testimoniare con una vita rinnovata l’autenticità del nostro credere.
Bartimeo, così si chiamava il cieco che mendicava ai margine delle strade di Gerico, sente che Gesù passa per la sua strada; non vuole sciupare quell’opportunità certamente unica per lui cieco.
Aveva sentito parlare dei miracoli fatti da quel profeta di nome Gesù ed era nato in lui il desiderio di incontrarlo; ogni volta al desiderio si opponeva però realisticamente la rassegnazione. Dove e come incontrarlo?
Ora Gesù passa per la sua strada; poteva intercettarlo, poteva incontrarlo. Doveva coinvolgersi totalmente, con tutte le sue forze, con tutti i mezzi per rendere possibile l’incontro.
La sola cosa che possedeva era la voce; e questa diventa lo strumento della sua supplica gridata forte, della sua preghiera accorata, della sua speranza urlata.
Tra il tanto vociare, immerso tra la folla dei discepoli che lo circondava, Gesù ascolta quella voce, quel grido che invoca pietà pur in mezzo all’indifferenza e all’incomprensione persino degli amici discepoli che, infastiditi dal quel gridare, vorrebbero imporre a Bartimeo il silenzio. Gesù dice loro di chiamare quell’uomo; così quel gruppo di prepotenti e chiassosi uomini-barriera si rabbonisce e risponde alla richiesta del Signore. Lo fa con parole dolcissime, con le parole che ciascuno di noi vorrebbe sentire nei momenti duri della vita, ma che non siamo spesso capaci di pronunziare: “Coraggio, ti chiama”.
Così in forma assoluta è trasmessa la chiamata del Signore; ed hanno inizio due miracoli: dei discepoli che imparano come dar ascolto alla voce di chi soffre, e di Bartimeo che può incontrare Gesù, perché a lui è condotto per mano, guidato fino a quando i due si trovano faccia a faccia, anche se il cieco è guidato più ancora dal suo cuore.
In questo trentanovesimo anniversario della mia ordinazione presbiterale vorrei tanto che il mio ministero sacerdotale traducesse questo brano del vangelo. Vorrei che la parola del Signore toccasse così profondamente la mia vita da avvicinarmi agli altri, anche a coloro che stanno ai margini delle strade - anzi prima di tutto a loro - per dire: “Coraggio, ti chiama, chiama proprio te; lui, il Cristo, è interessato a te, ha sentito le tue mille richieste di aiuto, anche quelle che hai detto agli altri, anche quelle che non dici più perché non credi più che qualcuno ti ascolta … riprendi coraggio, egli è qui vicino, ti chiama; dammi la mano perché insieme andiamo a lui.
Vi chiedo oggi in particolare di dare corpo e forza a questo mio desiderio con la vostra preghiera.
Riprendiamo il racconto della pagina di Marco. Bartimeo è condotto davanti a Gesù. Comincia un dialogo che rivela i cuori, dopo quel balzo che manifesta quanta vita ancora c’era in Bartimeno, quanta forza era nascosta ancora dentro quelle membra stanche di mendicare. Bartimeo balza in piedi, sta dritto; la sua invocazione lo ha reso vivo, ha risuscitato in lui il gusto della vita, proprio quel gusto a cui prima aveva rinunziato, rassegnato a non vivere più. È il miracolo della parola che sa farsi preghiera: essa risuscita al desiderio, alla vita. “Che vuoi che ti faccia”, dice Gesù; “Maestro mio, dammi la vista, Gesù; non passi invano questo momento, non passi invano questo incontro, atteso, desiderato … Salvami”.

 4. Gesù risponde donandogli la vista subito, salvandolo; e Bartimeo, anch’egli subito lascia il suo mantello, lascia ciò che lo copre e lo ripara e segue lui, il Maestro, l’Amico, l’Amato. Ora che i suoi occhi vedono proprio perché hanno visto Lui, ora ha trovato quello che cercava - Il tuo volto Signore io cerco - e lo segue sulla sua strada. Si mette sulla strada del discepolo, sulla strada della libertà e dell’amore, sulla strada della fede.
Varca la porta della fede a lui dischiusa dall’amore, entra per la porta della fede per rispondere all’appello dell’amore. Si è lasciato conquistare dal Cristo, si è arreso al suo volto, ha compreso che la luce per la sua vita è proprio quella parola che consola e incoraggia, che libera e salva.
Marco ci narra così il cammino della fede e il suo dinamismo; ecco perché in questo racconto ciascuno può leggere la sua vita e cogliere un vangelo per il suo cuore.
Confesso che in questa storia mi ritrovo ancora nella fase del cieco che grida, rinvigorito dalla parola che chiama e che invita al coraggio; so che lui il Signore non solo passa ma si ferma, ascolta; attendo ancora il miracolo di una fede piena. Forse non basterà una vita a gridare tale bisogno, ma so che l’attesa non è vana!

 5. L'Anno della fede giunge quindi a proposito, come un invito a rimetterci in cammino, a farci mendicanti di questo dono di luce all’amore di Dio. Non possiamo accontentarci di una fede formale e stanca, di formule di catechismo magari imparate a memoria; la fede, la nostra fede, deve essere ripensata e vissuta. Sono proprio queste le indicazioni che ritroviamo nella proposta dell’Anno dellafede indetto da Benedetto XVI: ripensare e vivere la fede.
Ripensare la fede significa evidenziare le ragioni per cui si crede; sono esse con una adeguata riflessione a sostenere la scelta di credere. La prima ragione per credere è quella del cuore, quella dell’amore. “So a chi ho dato la mia fiducia” (2 Rm 1,12) esclama Paolo, fondando in questa consapevolezza la sua fede.
Accanto a questa riscoperta siamo chiamati a perseguire l’altro aspetto essenziale della fede: viverla perché diventi testimonianza.
Si tratta di attivare in noi una nuova, generosa apertura al dono della grazia, rendendoci docili all’opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che ascoltano.
La fonte della fede è la gioia dell’incontro con una persona viva, Gesù Cristo, che cambia e trasforma la vita; è l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.
La fede ci rende più uomini, capaci di solidarietà, capaci di vicinanza; ci rende amici e compagni di quanti incontriamo sulla nostra strada, sani o malati, bisognosi di compagnia o di cure. L’amore di Dio - la fede è proprio questo lasciarsi amare da Dio, questo sentirsi d lui amati - fa essere uomini veri, fa essere pienamente e profondamente capaci di amare e di gioire.

6. Anche noi vogliamo la fede come “compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi” (cfr Porta fidei, n. 15).
Ritroviamo così disegnato il percorso di quest'anno pastorale, la meta che desideriamo perseguire nel nostro percorso pastorale.
La nostra comunità parrocchiale si colloca su questa strada della fede perché il Signore conceda a ciascuno di vivere la bellezza e la gioia dell'essere cristiani, impegnandoci a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo, nel nostro territorio, tra le nostre case.
- La catechesi e la celebrazione dei Santi Segni sarà il luogo in cui provocare e vivere l’incontro vivo con il Cristo, da testimoniare nella vita.
- Rilanceremo la Scuola della Parola del giovedì sera aperta a tutti; è il tempo ordinario della catechesi per crescere nella fede.
- Attiveremo ogni mese un Incontro con un testimone della fede, in una spazio anche di preghiera, specialmente nei tempi di Avvento di Quaresima.
- Orienteremo la celebrazione domenicale, oltre che a vivere le tappe dei tempi liturgici, ad evidenziare la prospettiva della fede vissuta; la celebrazione liturgica infatti è il luogo dove proclamare e celebrare la fede al fine di produrre una più consapevole e fruttuosa comunione di vita con i misteri celebrati.
- In una domenica del mese approfondiremo le parole della fede, quelle parole con le quali esprimiamo e confessiamo la nostra fede; nelle domeniche precedenti l’apertura dell’anno della fede presenteremo il documento del Papa Porta fidei.
- Tutto il servizio della catechesi, a cominciare dalla formazione dei catechisti, avrà come sfondo la cura sollecita del cammino della fede, anche nella preparazione ai Sacramenti.
- Troveremo il modo di attenzionare ancora i grandi temi del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica (Tempo di Pasqua).
- Ai catechisti, ai giovani, e alle famiglie sarà proposto un progetto di formazione assieme ai gruppi delle Comunità Parrocchiali cittadine, per vivere insieme momenti significativi di condivisione della fede.
- I Colloqui di Nicodemo della Quaresima segneranno l’opportunità di un annunzio di fede anche al di là delle mura parrocchiali.
- Ci faremo sensibili ai momenti salienti del percorso dell’anno della fede per viverne particolarmente l’inizio e la conclusione, accompagnando questo percorso anche con iniziative culturali e d’arte.
- È pensabile un pellegrinaggio a Roma per confessare la fede sulla tomba di Pietro e dei primi martiri della fede? Ci proveremo!

 7. Con queste prospettive pastorali intendiamo proporre e vivere il l’anno della fede per favorire una gioiosa riscoperta e una rinnovata testimonianza della nostra fede. Un percorso che intendiamo intraprendere col metterci con decisione sulla strada della fede, per cercare di concordare quanto diciamo con le labbra con quello che riscopriamo nel cuore, per testimoniare in maniera convinta ed instancabile “a tanti che vivono con la nostalgia di Dio e il desiderio di incontrarlo di nuovo la possibilità di attraversare la porta della fede” (Porta fidei).
Dio ci apre ancora la porta della fede; attraversiamola con gioia e con impegno, senza deleghe e senza rimandi.
Sapremo accorgerci che anche per noi il Signore apre questa porta, sapremo anche noi attraversarla con la fede nel cuore, entrare in questa opportunità?
È venuto il tempo di balzare in piedi, di balzare in avanti, di gettare il mantello e i vincoli che ci chiudono nella nostra cecità per osare di correre dietro il Signore in una vita rinnovata.
La Vergine Maria, Madre della fede audace e pronta, orienti i nostri passi a Cristo nostro Signore.

Scordia, 15 settembre 2012
Festa della Beata Maria Vergine Addolorata


 

Il Piano Pastorale Parrocchiale 2011/2012

 

Lettera alla Comunità

Cari amici,
“Narrai loro della mano del mio Dio, che era benefica su di me, e riferii anche le parole che il re mi aveva riferite.
Quelli dissero: “Su, costruiamo!”. E misero mano vigorosamente alla buona impresa. Neemia 2, 18

1. la memoria della B.M.V. Addolorata, dopo la festa dell'Esaltazione della Santa Croce, è memoria del dolore di Maria ai piedi della croce per la morte del Figlio, ma è anche memoria dell'esaltazione di Maria, fatta Madre dei credenti proprio lì dove apparentemente sovrasta la morte. I segni e i disegni di Dio sorprendono sempre; Egli crea
la vita dove noi creiamo la morte; Egli fa nascere il nuovo dove noi pensiamo sia già arrivata la fine; Egli edifica sulle nostre morti il futuro, se lasciamo alla Sua grazia lo spazio di agire e di manifestarsi.
Oltre che memoria, la festa di oggi è memoriale'di un percorso di grazia, di un cammino, di un orientamento di vita. Per Gesù e per Maria, come per ciascuno di noi, la via del Re, la via della sequela di Cristo, la via della croce è l'unica via di salvezza perché via d'amore: amore infinito, amore senza confini, amore che solo Dio può donare.
E Dio dona largamente il suo amore, lo dona a ciascuno e a tutti; lo dona con la ricchezza e la varietà che solo da Lui possono essere generati. Perciò ci arricchisce di doni, di carismi, abilità, capacità che siamo chiamati a mettere a servizio degli altri. Poiché scaturiscono dall’amore, all’amore e al servizio essi sono destinati. La diaconia, il servizio è una vicinanza benevola, è un modo di relazionarsi verso gli altri nella gratuità.

2. In questo contesto rendo oggi, in questa Eucaristia, grazie assieme a voi per il dono del sacerdozio, per la mia vita di presbitero iniziata 38 anni fa in un giorno come questo, in questa stessa chiesa. Ciò è dono dell’amore di Dio perché potessi essere nella Chiesa, tra di voi segno dell’amore del Pastore grande, Gesù Cristo; un dono per servire ed edificare la Chiesa. Un dono perché esercitandolo io stesso potessi crescere nell’amore. Tutto è grazia e tutto deve essere ricondotto alla grazia perché impariamo a vivere la nostra vita nella gratuità: “Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date”.
Il rendimento di grazie è l'unica risposta alla grazia di Dio; l’Eucaristia diventa la forma della nostra vita. Essa ci educa a dire veramente grazie prendendo la propria vita come si prende il pane e lo si spezza per condividerlo; prendendo la propria vita per offrirla, versarla senza paura, vino buono che rallegra e dà letizia al cuore.

3. Il versetto di Neemia che ho messo ad epigrafe di questa riflessione sintetizza magnificamente quello che sento di comunicarvi in questo momento.
Nello stesso tempo credo che le parole di quell’uomo di Dio ci coinvolgano come comunità a guardare al domani con serenità, con impegno e responsabilità, con voglia di cammino e di crescita, di fedeltà all’amore per Dio e per l’uomo.
“Narrai loro - dice Neemia - della mano del mio Dio che era benefica su di me”. Confesso qui davanti alla Chiesa come sia profondamente credibile questa Parola; la mano del mio Dio è stata benefica su di me. La mano di Dio mi ha fatto, “Siamo opera delle sue mani”; la mano di Dio mi ha guidato, educandomi con la sua forza e la sua tenerezza; la destra di Dio mi ha sostenuto, mi ha liberato: “stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque”; quando sono caduto, e Dio sa quante volte, non sono rimasto a terra perchè “il Signore mi tiene per mano”. Il Signore mi ha preso per mano e mi ha chiamato, mi ha condotto e mi conduce ancora, mi guida e mi sostiene ancora. Attesto qui davanti a voi e alla misericordia di Dio di sentirmi lieto, felice della mia vita: “la mano del mio Dio è stata benefica su di me”, mi ha fatto bene, mi ha voluto bene, mi ha donato una buona vita.

4. Il dirvi questo, il narrarvi della mia esistenza accompagnata dalla mano benefica di Dio, diventata
abbraccio in Gesù fratello nostro, ha lo scopo di indurre ciascuno di voi a dire: “Alziamoci e costruiamo”, così da poter mettere mano vigorosamente alla buona impresa.
Ci ritroviamo già immersi nella proposta educativa dei nostri Vescovi per questo decennio 2010-2020.
Già lo scorso anno ci siamo collocati in questo orizzonte e La Casa di Lazzaro è divenuta il riferimento del nostro modo di rapportarci a Gesù Cristo, agli altri, alla vita attraverso relazioni fattive, cordiali, ospitali, in un ascolto vero e attento, in un servizio non affannato ma effettivo ed affettivo. Il mondo delle nostre relazioni molteplici era il terreno su cui volevamo farci attenti per verificare e rieducare la nostra crescita umana e di fede. In particolare volevamo rincentrare la nostra relazione personale con Dio, da cui è generato un cammino che, con le sue radicali esigenze, conduce ad un sempre rinnovato incontro con Cristo Gesù.
Educare alla vita buona del Vangelo significa in primo luogo farci discepoli del Signore Gesù, il Maestro che non cessa di educare l’umanità. Egli parla sempre all’intelligenza e scalda il cuore di coloro che si aprono a lui e accolgono la compagnia dei fratelli per fare esperienza della bellezza del Vangelo. È particolarmente significativo l’itinerario tracciato nel documento, in cui si presenta l’educazione fatta da Gesù verso i suoi discepoli; si intravvede un itinerario di iniziazione cristiana.
Analizzandolo si ritrovano alcuni tratti essenziali della relazione educativa tra Gesù e i suoi discepoli, fondata sull’atteggiamento di amore di Gesù e vissuta nella fedeltà di chi accetta di stare con lui e di mettersi alla sua sequela.

5. Ora desideriamo alzarci e costruire. Alzarci da uomini nuovi e risorti, da uomini guidati e sostenuti dalla mano potente di Dio, pronti a ricostruire la città devastata, le nostra vite distrutte, le rovine dei nostri fallimenti e delle nostre opacità; costruiremo educandoci ed educando alla vita buona del vangelo.
Oltre ad abitare la casa di Lazzaro, a ricercare cioè relazioni vere e mature nella nostra comunità e
verso il mondo dove siamo - perché qui e questo siamo chiamati a ricostruire - in questo anno pastorale cercheremo la spazio interiore per affidarci sempre più all’opera di Dio, alla sua mano operosa e benefica, e nello stesso tempo a narrare i benefici di Dio.

6. Questa narrazione avviene con la nostra vita e nella nostra vita quotidiana; essa è il luogo dove celebriamo il vero culto, l’autentica adorazione del Dio vivente, dove offriamo al Padre il sacrificio vivente della nostra obbedienza alla sua parola. Il vissuto quotidiano è il luogo dove la Parola si fa vangelo, bella notizia per noi e per i fratelli. La nostra vita vissuta nel bene, vissuta bene è l’opera grande di Dio che testimonia la sua paternità; vissuta nel bene e bene non secondo noi e i nostri pensieri, i nostri criteri ma secondo Dio e i suoi criteri, che ci mostrano e ci donano il nostro vero bene. Così potremo gioiosamente dare ragione della speranza (1Pt 3,15) che abita in noi.

7. Oltre che con la vita buona, la narrazione avviene attraverso la catechesi. Sarà questo l’ambito che attenzioneremo in questo anno pastorale. Constatiamo tutti il bisogno di un’educazione permanente della fede, la necessità di una iniziazione progressiva e realistica alla fede, a motivo anche della grande diversificazione delle situazioni in cui oggi vivono coloro che si mettono alla ricerca di Cristo, in ascolto delle domande e delle attese, non di rado inespresse ma non per questo meno vive, della persona. L’itinerario della iniziazione cristiana, che parte dall’incontro con Cristo, deve condurre al progressivo inserimento nella comunità e orientare a una seria decisione di aderire a Cristo, per assumere nella Chiesa un servizio di testimonianza e di carità, nel quale continuare la crescita e la maturazione della vita cristiana.
La catechesi è il primo atto educativo della Chiesa nell’ambito della sua missione evangelizzatrice; accompagna la crescita del cristiano dall’infanzia all’età adulta e ha come sua specifica finalità non solo di trasmettere i contenuti della fede, ma di educare la mentalità di fede, di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e vita.
Catechesi in vista di un vivere da adulti la nostra fede. Una narrazione appassionata ed appassionante; una narrazione che unifichi le dimensioni costitutive della persona, specialmente quelle della conoscenza e delle emozioni. Una catechesi per vivere da cristiani adulti, cioè che fanno scelte vitali secondo il vangelo là dove sono chiamati a viver scelte quotidiane e decisive: negli affetti, nella cultura, nella politica, nell’educazione dei figli.
Una catechesi che è ascolto di Dio e confronto con la vita, luogo dove Dio parla e dove sono chiamato ad operare. Consolidare l’attenzione prioritaria per la catechesi degli adulti significa avvicinarsi al loro mondo assieme a tutti coloro che si riconoscono nella vita e nella missione della comunità. Siamo chiamati ad imparare, ad apprendere insieme un modo adulto di fare pastorale con gli adulti.

8. E tutto ciò in vista di una testimonianza nella vita. È testimone chi educa il proprio sguardo a vedere Dio in tutte le cose, cioè riconoscere l’amore di Dio operante nel mondo come lo è in lui stesso; testimone è chi riconoscere nell’esistenza concreta Dio, Colui in cui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”, quel Dio vivo che genera alla vita, ama, rialza, salva, invita ciascuno a diventare se stesso, vero uomo e vero figlio di Dio.

9. Oltre che con la testimonianza della vita e la catechesi, la narrazione avviene attraverso le nostre celebrazioni; esse sono catechesi vive dell’amore di Dio fattosi evento nella storia, fattosi grazia nei Sacramenti, fattosi futuro nella comunità, fattosi nelle celebrazioni esegeta della vita e della storia Tale narrazione sfocia in una vita vissuta nell’amore; la Chiesa è chiamata ad amare nel nome di Dio, cioè come ama Dio. La diaconia è la forma principale e fondamentale del ministero della Chiesa: con la diaconia essa vuol dire che prende parte all’opera di Dio nel cuore dell'esistenza umana. La diaconia non mira a fare dei discepoli o a riempire le chiese; essa consiste molto semplicemente nel fare in modo che si giunga a un di più di umanità. La Chiesa è Madre che educa i sui figli ad essere e a vivere felici in questa terra, animati dalla speranza che oltre il presente ci sarà donato ciò che il nostro cuore ha d sempre desiderato.

10. Tutto questo ci condurrà ad aver un luogo anche visivo di riferimento per la nostra fede: il fonte battesimale, luogo dove siamo rinati alla vita buona; luogo dove la mano di Dio ci ha liberati dalla morte e ci ha donato il suo Spirito di vita; luogo in cui siamo diventati creature nuove e risorte.
Durante questo anno concentreremo la nostra attenzione, la nostra preghiera, il nostro studio e il nostro ascolto sul Credo (Tempo per anno prima dell'Avvento), sui Comandamenti (Tempo di Quaresima) e sul Padre nostro (Tempo di Pasqua) per approfondire la nostra fede, perché i doni che abbiamo ricevuto nel Battesimo li restituiamo con e nella vita.

11. Nel prossimo ottobre (dal 7 al 28 ottobre 2012) si celebrerà la XIII Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.
L’oggi ci consegna problemi che sono delle vere sfide, che pongono le comunità cristiane di fronte all’obbligo di discernere e adottare nuovi stili di azione pastorale sia per il vivere da cristiani adulti nella società sia per intercettare quei bisogni profondi che attraversano il cuore dell’uomo anche oggi, e che in fondo chiedono di incontrare Dio.
Alla parrocchia spetta non soltanto di offrire ospitalità a chi esprime questo bisogno di Dio, evangelizzando ed educando la domanda religiosa, ma anche di risvegliare la domanda religiosa di molti, dando testimonianza alla fede di fronte ai non credenti, offrendo spazi di confronto con la verità del Vangelo. All’immagine di una Chiesa che continua a generare i propri figli all’interno di un percorso di trasmissione generazionale della fede, si affianca quella di una Chiesa che propone itinerari di iniziazione cristiana per gli stessi adulti.

12. Potrà essere così anche per la nostra comunità? Sapremo essere casa dove è bello entrare e dimorare, dove s’intuisce la presenza di donne e uomini, di famiglie con un cuore che ascolta, vede e ama?
Sapremo essere casa attraente che vive nell’amore, secondo il modello dell’antica comunità cristiana?
Sapremo essere una chiesa Madre che accoglie e abbraccia i suoi figli per donare loro il vangelo? Sapremo vivere l’impegno ad accompagnare a Cristo nella comunità?
Questi pensieri, carissimi, sono sì una prospettiva pastorale per il nuovo anno, un riferimento per la nostra crescita nella fede; non si stratta però di un esaustivo progetto pastorale. A queste suggestioni faremo riferimento e attorno ad esse svilupperemo con la creatività di tutti iniziative ed impegni per la crescita della fede di ciascuno.

La potente mano di Dio accompagni e stimoli il nostro cammino; la forza dell’amore della Madre ci ottenga la disponibilità di entrare nel percorso del Vangelo perchè la Parola di Dio attraversi la nostra vita e la cambi, la renda gioiosa pur nelle tribolazioni e giunga ai nostri fratelli, per annunziare a tutti la bella notizia dell’amore di Dio Padre che salva e ama i suoi figli sempre. Narriamoci e narriamo come sia benefica la mano di Dio su di noi; e mettimp mano vigorosamente alla buona impresa.

Scordia, 15 settembre 2011
Festa della Beata Maria Vergine Addolorata

 

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